Festival dell'Immagine

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Filippo Cacace

Nel 1994 inizia un percorso che lo vede presente in varie manifestazioni artistiche di carattere nazionale:
EXPOARTE Bari 1996 – 98; ARTE FIERA Padova 1994 – 95 – 96 -97; VICENZA ARTE Vicenza 1996 – 97; ARTE FIERA Bologna 1997; BIDART Bergamo 1996; ANCONA ARTE Ancona 1997- 98Egli inoltre ha partecipato a varie collettive e personali in importanti gallerie nazionali. Autore di innumerevoli affreschi, dei quali il più rappresentativo (160 mq) è visibile presso la Chiesa Mater Dei del Baricentro di Casamassima (Bari). Gode dell’apprezzamento unanime della critica. Nell’inverno 1997/98 ha ottenuto uno stage per il Corso Regionale di restauro, sul tema riguardante le tecniche pittoriche antiche.

Filippo Cacace ha curato con continuità la sua formazione artistica, studiando la pittura dei maestri del ’500 e del ’600 come Caravaggio e Rubens. Ha visitato i maggiori musei del mondo alla ricerca dei segreti dell’antica pittura. Le prime grisaglie risalgono agli inizi degli anni ’90. Cacace vive e lavora nella sua amata Puglia, e a tutt’oggi continua la sua opera d’insegnamento in varie botteghe.

Filippo Cacace

Le opere di Filippo Cacace appaiono subito convincenti ed intriganti Il soggetto familiare, le forme invitanti, il contenuto
riconoscibile le rendono gradevoli a prima vista. L’incanto piacevole e rilassante dura qualche attimo, perché ci si rende conto, smarriti, che la visione, ad un indagine più attenta, non è così “chiara e distinta” come appare al primo sguardo: il soggetto da familiare e quotidiano diviene inconsueto; la nota ironica, il giudizio etico, la battuta scherzosa, ne stravolgono l’andamento e il significato; l’immagine da meridiana si fa notturna, le ombre, che fanno inquieta la scena, diventano le grandi conduttrici del gioco, nascondono e svelano le figure. É una pittura che, con la sua tecnica raffinata, si presenta come pittura-pittura al limite dell’anacronismo, della pittura senza tempo, e con i suoi molteplici significati vuol ancorarsi al tempo reale, fino alla polemica della cronaca quotidiana, nel tentativo di riportare le sue immagini ad un livello più alto, tanto formalmente emblematico, da staccarsi dalla storicità e dall’hic et
nunc di uno spazio tempo e di un ambiente definiti e riconoscibili. Eh si perché, senza gesti clamorosi, ma con pazienza tenace, Filippo Cacace la sua lotta la porta avanti da anni, nel suo studio, che è l’ormai perduta “bottega dell’artista” e sulle impalcature dei suoi cantieri di lavoro, in tutto simili a quelli degli
antichi pittori e dei vecchi artigiani.

Filippo Cacace per fare pittura, non è andato né al Liceo artistico né all’Accademia di Belle Arti, che pure ha frequentato con entusiasmo e passione presto delusi, ma si è iscritto idealmente e tecnicamente alla scuola dei maestri antichi. Ha cominciato con il più antico dei metodi, quello della copia, per imparare i segreti e le finezze del mestiere: il disegno, la composizione, il colore, la celata e sapiente armonia che fa di un quadro un’opera capace di resistere al colpo d’occhio e all’analisi minuziosa, riconoscibile nello stile autoriale e rifinita nei dettagli in cui si nasconde la mano dell’artista e il dito di Dio. La destrezza acquisita nella copia da maestri antichi e moderni è una conquista tecnica e intellettuale. Il dialogo coi grandi del passato, verificato non solo attraverso i libri, ma con l’esercizio di stile, è stato il viatico per l’emancipazione dal’accademia della contemporaneità.

Caravaggio, Rubens, Giaquinto, Raffaello, Michelangelo, Leonardo sono pittori amati da Filippo Cacace e dagli amatori d’arte, che in quegli anni ne hanno comprato le copie. Questa condivisa passione per la copia dà una collocazione ben precisa a Filippo Cacace. Un artista che può portare avanti la sua ricerca, grazie ad un mercato e ad un pubblico di provincia, colto, attento, ricco di antico buon gusto. La cena di Emmaus di Caravaggio, Il ratto delle Leucippidi di Rubens, il trionfo di San Giuseppe di Giaquinto, La lezione di anatomia del dottor Tulp di Rembrandt sono dei momenti di un dialogo tra maestro e discepolo, di un confronto simile alla lotta, durata una notte intera nella grotta, di Giacobbe con Vangelo bellissimo e inafferrabile, che soltanto all’alba si rivela in tutto il suo splendore soprannaturale. Dal suo confronto con i grandi maestri Filippo Cacace, Prometeo redivivo, conserva le
faville segrete del fuoco dell’arte, che riproduce e temerario riaccende. Sono le idee che come copista lo hanno inseguito e ossessionato: le ombre e le luci di Caravaggio, i colori caldi e i colori freddi di Rubens, i mezzitoni di Giaquinto, la messa in scena di Rembrandt, che chiude in un cerchio magico di gesti e di luci un universo di personalità fissate per sempre nella loro espressione. Se nei disegni a sanguigna si trova lo studio della robusta e tesa anatomia di Michelangelo e nella Sacra famiglia ritorna la grazia rasserenante di Raffaello assieme al gioco che rende ancora più domestica l’immagine fino a farla apparire come la Madonna del gatto, si è di fronte all’esercizio di stile pur se d’alta scuola. Come confermano le tecniche d’effetto: il triangolo leonardesco e i complessi equilibri compositivi. È in questo ambito che Filippo Cacace porta avanti le sue ricerche più ambiziose.

Nel suo cammino ha incontrato un maestro contemporaneo che lo sprona e gli dà fiducia. E Filippo Cacace lo studia a suo modo come ha fatto con i maestri antichi, e copia Riccardo Tommasi Ferroni in un’opera che vuol esser omaggio al maestro tanto più grande quanto più diretto ed esplicito.
Attenzione però alla partita che Filippo Cacace gioca con i maestri della storia dell’arte e con il pubblico. In questa partita gioca anche la sua esistenza d’artista e non solo quella. Nella copia nasconde la mano e le sue passioni, nelle opere originali al contrario nasconde le impressioni desunte dalle fonti.
Talvolta la sua opera sembra una copia, ma non lo è. Filippo Cacace si nasconde, anche quando si svela come nella Torre di Babele. Da Riccardo Tommasi Ferroni, dalla Accademia degli smarriti ha ripreso l’ispirazione di fondo. Nuovo e originale è l’impianto scenico, costruito sulla modella che, piena di luce, vita e movimento, indica agli artisti smarriti la torre di Babele al di là delle montagne leonardesche. Nella impaginazione e nella illuminazione riappare la lezione di Caravaggio e di Rembrandt, ma meditata e rinnovata, nella composizione rivive la sintassi geometrica, spaziale, aerea di
Leonardo – ll tema è quello dello studio degli artisti di fronte al modello. Un classico della modernità da Courbert a Picasso, un topos della pittura, dell’arte e della storia dell’arte e della critica. L’incontro liberatorio con la pittura di Riccardo Tommasi Ferroni, una pittura antica con significati drammatici, tragici, non
consolatori, dà l’abbrivio a Filippo Cacace. Al di là del primo livello di lettura della solita immagine dell’atelier dell’artista viene fuori il racconto morale, dopo i rifiuti dell’opulenza, balza alla ribalta l’altra storia nè sacra, nè civile, ma emblematica dello smarrimento dei valori, dell’essere e della rappresentazione nella condizione dell’artista e nella vita dell’uomo.

Nell’imperatore pazzo la vis polemica contro la corruzione dei potenti diviene prevalente nella deformazione espressiva delle figure prese dalla cronaca dei nostri anni. I colori squillanti fanno emergere, come un pallone gonfiato, il protagonista dei sogni e delle menzogne fra le macerie delle illusioni perdute. La metamorfosi delle figure e dei significati viene accentuata nella Cena dei Lupi, in cui l’ispirazione alla Cena di Emmaus di Caravaggio, è un approfondimento del tema simbolico, L’umile pollo è divenuto un polpo minaccioso e debordante. Più serena la decorazione murale realizzata in una casa privata del centro antico di Martina Franca, le quattro stagioni sono un tema tradizionale e rassicurante della pittura d’interni di fine Ottocento, e Filippo Cacace riprende i colori tenui di una visione idilliaca in cui inserisce il contrappunto di qualche nota realistica. La lezione di anatomia è la rivisitazione del dipinto di Rembrandt nell’epoca della tecnologia elettronica, al cadavere anatomizzato viene sostituito un androide di plastica di cui vengono sezionati fili e circuiti. Inquieta è la figura dell’Alchimista, perché non si intravede il futuro dell’uovo e del groviglio di corpuscoli ridotti a grigia materia uniforme.
Una pittura dal segno forte che si impone per la ricchezza dei suoi valori estetici e simbolici e che vuol parlare a]l’uomo d’oggi con un linguaggio attuale, ma carico di una densa storicità.

Francesco Semeraro                                                                                                                 web. http://www.filippocacace.it/